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lunedì 27 ottobre 2008

L'Annapurna, deve il suo nome alla dèa dell'abbondanza della mitologia indù


L' Annapurna è un massiccio montuoso situato nel Nepal centrale e fa parte della catena dell'Himalaya. È lungo circa 55 km e la sua cima più alta, l'Annapurna I, è alta 8.091 m.

Il massiccio dell'Annapurna comprende 6 cime principali:

  • Annapurna I di 8.091 m.
  • Annapurna II di 7.937 m.
  • Annapurna III di 7.555 m.
  • Annapurna IV di 7.525 m.
  • Gangapurna di 7.455 m.
  • Annapurna Sud di 7.219 m.

L'Annapurna, che deve il suo nome alla dèa dell'abbondanza della mitologia indù, rappresenta una delle più belle vittorie dell'uomo sulla natura: la prima conquista di una cima che superava gli 8.000 metri. Il 3 giugno 1950 un gruppo francese, che comprendeva Maurice Herzog, Louis Lache-nal, Lionel Terray e sei altri alpinisti, ne rag­giunse la vetta. Impresa notevole, ma perico­losa. Herzog, che ebbe mani e piedi congelati, e Terray, accecato dal riverbero, poterono essere salvati soltanto grazie alla devozione dei loro compagni.

Nel 1950, nonostante la scarsa esperienza di spedizioni alpinistiche extra-europea fino ad allora effettuate, i francesi organizzarono quella che sarebbe diventata la prima spedizione a raggiungere la vetta di un 8.000.
Ne facevano parte Maurice Herzog, in qualità di alpinista e capo-spedizione, gli alpinisti Jean Couzy, Marcel Schatz, Louis Lachenal, Gaston Rébuffat e Lionel Terray; il medico Jacques Oudot; il regista cinematografico Marcel Ichac; gli ufficiali di collegamento Francis de Noyelle ed il nepalese Ghan Bikram Rana; inoltre furono assoldati sul posto 8 portatori d'alta quota.

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La partenza dalla Francia avvenne il 30 marzo; dopo aver raggiunto Pokhara, capoluogo della regione, la spedizione si assestò nella località di Tukucha da cui prese ad esplorare la zona per individuare la migliore via di accesso e di salita. Fu solo il 22 maggio che fu piantato il campo base ed iniziò l'ascensione vera e propria. Dal campo base alla vetta c'erano 3.478 metri di dislivello; furono necessari 5 campi intermedi e solo la mattina del 3 giugno i due alpinisti Herzog e Lachenal riuscirono ad arrivare in vetta. Fu la prima vetta di un 8.000 ad essere scalata. Non fu mai usato ossigeno, contrariamente a quanto avvenne in seguito nelle salite degli altri ottomila. Dall'ultimo campo alla vetta vi era un dislivello di 680 metri; furono impiegate 8 ore a percorrerlo con una media di 85 metri di salita all'ora.


Il successo ottenuto fu pagato duramente. Vuoi per la scarsa esperienza, vuoi per l'equipaggiamento inadeguato, vuoi per il peggioramento delle condizioni atmosferiche, sia Herzog che Lachenal riportarono accecamenti, congelamenti estesi di mani e piedi; Lachenal subì amputazioni ad entrambi i piedi.

Il 12 ottobre 2006 la spedizione italiana di cui ha fatto parte il valtellinese Marco Confortola ha conquistato la vetta dell'Annapurna.
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Nanda Devi, montagna sacra, molto venerata dagli In­diani nel cuore dell'Himalaya del Kumaon

La Nanda Devi, « Dea benedetta », culmina a 7.816 m. nel cuore dell'Himalaya del Kumaon. Giungere ai piedi di questa montagna sacra, molto venerata dagli In­diani, è di per sé un'impresa ardua, e per pene­trare nel recinto di muraglie rocciose che sem­bra vietare l'accesso alla Nanda Devi, gli alpi­nisti devono superare massicci alti 5.000 metri o risalire un ghiacciaio estremamente tormen­tato. La cima fu finalmente conquistata nel 1936 da un gruppo anglo-americano.

Il massiccio del Nanda Devi è anche un parco naturale (Nanda Devi National Park) e per il suo elevato interesse botanico e paesagistico, è entrato a far parte, dal 1992, del Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO con il nome di Nanda Devi and Valley of Flowers National Parks. Dal 2004 è entrato a far parte della rete mondiale di riserve della biosfera.
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La morfologia del "santuario" rende molto difficile raggiungere il Nanda Devi: la prima via d'accesso all'anello montuoso venne scoperta solo nel 1934 dagli alpinisti ed esploratori inglesi Eric Shipton e Bill Tilman e passa attraverso lo stretto canyon Rishi Gorge; tutte le altre vie sono più difficoltose e si trovano ad un'altitudine molto elevata: il passo di montagna più basso è situato a 5.180 metri.

Nel 1936 la cima più alta del Nanda Devi, dopo cinquant'anni di tentativi infruttuosi, fu conquistata per la prima volta da una spedizione angloamericana guidata dal succitato Tilman e dall'alpinista e geologo inglese Noel Odell che raggiunsero la cresta meridionale della cima principale. Nel 1939 una spedizione polacca guidata da Adam Karpinski raggiunse, sempre da sud, la cima secondaria.

Le ascensioni alpinistiche subirono un'interruzione tra il 1965 e il 1974 quando il governo indiano regolò rigidamente l'accesso alla zona per coprire alcune spedizioni, avvenute tra il 1965 e il 1968, a cui avevano preso parte agenti statunitensi della CIA che avevano collocato ad alta quota dispositivi di spionaggio per monitorare eventuali test nucleari compiuti dalla Cina in Tibet. L'operazione, rimasta a lungo segreta, fu un fallimento a causa delle avverse condizione climatiche: gli strumenti, che erano alimentati con dei generatori termoelettrici a radioisotopi (RTG), vennero distrutti da una valanga. L'entità della contaminazione ambientale prodotta dalle barre di plutonio 238, che alimentavano gli RTG e che non vennero mai recuperate, non è stata ancora valutata.

Dal 1974 il Nanda Devi venne riaperto alla frequentazione regolare di escursionisti ed alpinisti indiani e stranieri. Spedizioni francesi, giapponesi e cecoslovacche si distinsero per l'apertura di nuove vie. Oltre alla via normale di salita aperta da Odell e Tilman, va menzionata anche quella aperta nel 1981 da due cordate di alpinisti cecoslovacchi (Svronal, Kadlicik, Horka; Palecek e Karafa; Rakoncaj e Sulovsky) che sale, con quattro campi alti, la cresta al centro della parete nord-orientale.

L'elevato interesse alpinistico ha, tuttavia, condotto questa zona ad un rapido declino ecologico che ha indotto il governo indiano, nel 1983, a chiudere nuovamente al turismo alpinistico tutta l'area del santuario.


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Unesco

India
Date of Inscription: 1988
Extension: 2005
Criteria: (vii)(x)
Property : 71783 ha
Buffer zone: 514286 ha
State of Uttaranchal
N30 43 0.012 E79 40 0.012
Ref: 335bis

Brief Description

Nestled high in West Himalaya, India’s Valley of Flowers National Park is renowned for its meadows of endemic alpine flowers and outstanding natural beauty. This richly diverse area is also home to rare and endangered animals, including the Asiatic black bear, snow leopard, brown bear and blue sheep. The gentle landscape of the Valley of Flowers National Park complements the rugged mountain wilderness of Nanda Devi National Park. Together they encompass a unique transition zone between the mountain ranges of the Zanskar and Great Himalaya, praised by mountaineers and botanists for over a century and in Hindu mythology for much longer.

Justification for Inscription

Criterion (vii): The Valley of Flowers is an outstandingly beautiful high-altitude Himalayan valley that has been acknowledged as such by renowned mountaineers and botanists in literature for over a century and in Hindu mythology for much longer. Its ‘gentle’ landscape, breath-takingly beautiful meadows of alpine flowers and ease of access complement the rugged, mountain wilderness for which the inner basin of Nanda Devi National Park is renowned.

Criterion (x): The Valley of Flowers is internationally important on account of its diverse alpine flora, representative of the West Himalaya biogeographic zone. The rich diversity of species reflects the valley’s location within a transition zone between the Zaskar and Great Himalaya ranges to the north and south, respectively, and between the Eastern and Western Himalaya flora. A number of plant species are internationally threatened, several have not been recorded from elsewhere in Uttaranchal and two have not been recorded in Nanda Devi National Park. The diversity of threatened species of medicinal plants is higher than has been recorded in other Indian Himalayan protected areas. The entire Nanda Devi Biosphere Reserve lies within the Western Himalayas Endemic Bird Area (EBA). Seven restricted-range bird species are endemic to this part of the EBA.

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Il Popocalepetl, imponente catena montuosa messicana

Il Popocalepetl, seconda cima del Messico, forma con l'Ixtaxihuatl una imponente catena montuosa. La leg­genda racconta che questi due vulcani erano due amanti che furono mutati in montagne per­ché sgraditi agli dèi. La ragazza, Ixtaxihuatl, perì, ma l'uomo, Popocatepetl, sopravvisse e nel­la sua interminabile agonia scuote periodicamente la terra e lascia sfuggire singhiozzi che cor­rispondono alle eruzioni.

Nel 1519, Cortes avrebbe incontrato sui fianchi del vulcano un inviato di Montezuma incaricato di dissuaderlo dall'assediare Tenochtitlan (Messico). Ma il conquista­tore, lungi dal rinunciare ai suoi progetti, utilizzò lo zolfo contenuto nel cratere del Popocate­petl per fabbricare polvere da sparo e devastò la città degli Aztechi.

Il Popocatépetl (5.452 metri), è un vulcano in attività, situato nella regione di Puebla, in Messico. Il vulcano si trova a 70 km a sudest di Città del Messico e solo 45 km a ovest della città di Puebla.

Il suo nome, che in lingua nahuatl significa "montagna (tepētl) che emette vapore (popōca)", è dovuto alla sua continua attività, fin dai tempi dell'epoca precolombiana.

Il Popocatépetl ha una forma conica simmetrica, con ghiacciai perenni vicino al cratere, sulla cima della montagna. È il secondo vulcano più alto del Messico, con un'altezza massima di 5.465 metri sul livello del mare, secondo solamente ai 5.700 metri del Citlaltepetl (o "Pico de Orizaba").

Il Popocatépetl, conosciuto anche come Popo o Don Goyo, è uno dei vulcani più attivi del Messico. Dal 1354 sono state registrate 18 eruzioni. Attualmente la sua attività è moderata, ma costante, con emissioni di fumarole, composte da gas e da vapore acqueo, e da repentine e impreviste eruzioni minori di ceneri e materiale vulcanico. L'ultima eruzione violenta del vulcano fu registrata nel dicembre del 2000.
Mitologia

Il volcán, durante l'epoca precolombiana, era una divinità azteca destinataria di un culto esclusivo. Al giorno d'oggi il culto sopravvive in forma minoritaria o simbolica; i guardiani del vulcano vengono chiamati "temperos del vulcano Popocatépetl", e ad esso si riferiscono come Don Goyo o Serafín, personificandolo come un'indigena.

I temperos fanno parte delle comunità che popolano le pendici del vulcano e assicurano di poter comunicare con esso dopo un'esperienza che li ha portati vicino alla morte, come l'essere stati colpiti da un fulmine o per aver sofferto di una malattia terminale.

I temperos celebrano riti nei santuari consacrati a Popocatépetl, che si trovano tra le piantagioni e le zone boscose alle pendici del vulcano, per invocare la benedizione della pioggia, così come la protezione del dio per i raccolti.

La leggenda di Popocatépetl e Iztaccíhuatl

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Nella mitologia azteca, Popocatépetl era un guerriero che amava Iztaccíhuatl. Il padre di Iztaccíhuatl lo mandò in guerra, ad Oaxaca, promettendogli sua figlia in sposa al suo ritorno (cosa che il padre di Iztaccíhuatl pensava non sarebbe avvenuta). A Iztaccíhuatl venne detto che il suo amore era stato ucciso e lei morì dal dolore. Quando Popocatépetl ritornò e seppe di averla perduta, morì di dolore anche lui. Gli dei li coprirono di una pioggia di stelle e li trasformarono in vulcani. La montagna Iztaccíhuatl venne chiamata "La donna addormentata" perché ha le sembianze di una donna sdraiata sulla schiena. Lui divenne il vulcano Popocatépetl, che faceva piovere fuoco sulla Terra con furia per la rabbia di aver perduto la propria amata.

Tornato in attività nel 1994, ieri ha emesso una spettacolare fumarola di vapore acqueo e ceneri che ha raggiunto gli 8 km di altezza ed è visibile anche da Puebla, ad alcune decine di km di distanza e nel cui Stato si trova.
"E' la fumarola più alta degli ultimi sette anni" ha dichiarato Ramón Peña, direttore del Piano Operativo Popocatépetl, secondo il quale il fenomeno non rappresenta comunque un pericolo, anche se, per sicurezza l'esercito messicano, ha cinto il vulcano e impedisce l'accesso in un raggio di 12 km.
La pioggia di cenere cade nello stesso vulcano, ma il vento potrebbe portarla nelle cittadine vicine e fino alla stessa Puebla. Città del Messico, dall'altra parte della valle e a 60 km di distanza, per ora non è toccata dall'attività del Popocatépetl che, con i suoi 5452 metri d'altezza, è uno dei vulcani più alti della valle della capitale e del Messico.

Nel 1994 i monasteri costruiti sulle sue pendici all'inizio del XVI secolo furono dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.
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Progetto Tartanet, efficace strategia di conservazione a lungo termine delle tartarughe marine


Progetto Tartanet, una efficace strategia di conservazione a lungo termine delle tartarughe marine

Si chiama progetto Tartanet (www.tartanet.it) ed è una grande rete, tesa da molte mani, che servirà a salvare le tartarughe marine.
Il progetto è stato avviato grazie al programma Life Natura della Commissione Europea e vede la partecipazione di ben 30 partner, guidati dal settore Conservazione Natura del CTS, con l'intento preciso di portare avanti una grande iniziativa nazionale per la conservazione della tartaruga marina Corvetta Caretta, la più comune tartaruga del Mediterraneo.
Il traguardo più importante è stato la realizzazione di un vero e proprio network tra tutti i ricercatori e gli operatori impegnati nello studio e tutela di questa specie protetta a livello internazionale. Tartanet ha previsto la realizzazione di 5 nuovi Centri di Recupero, collegati a quelli già esistenti attraverso una rete telematica. E' stata attivata una banca dati nazionale ed è già disponibile, grazie alla collaborazione di Europ Assistance, un servizio di "pronto intervento tartarughe" attraverso il numero verde 800904841, attivo 24 ore su 24, a cui rivolgersi per segnalare l'avvistamento di tartarughe spiaggiate o in difficoltà. E' prevista inoltre la definizione delle linee di guida per un piano nazionale di riduzione delle interazioni con le attività di pesca professionale.
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Gli Obiettivi

L'obiettivo princiopale di Tartanet è attuare una eficace strategia di conservazione a lungo termine attraverso la creazione di una rete di presidi mirati alla riduzione delle minacce per Caretta Corvetta.
I Centri saranno impegnati nel recupero e nella cura degli esemplari catturati accidentalmente e nel monitoraggio dei siti di nidificazione. Saranno sperimentati sistemi di pesca a basso impatto come gli amici circolari e il TED (Turtle Excluder Device), una specie di sportello che permite la fuoriuscita dell tartaruga dalle reti a strascico. Interventi specifici di formazione sono previstio per gli operatori dei Centrio e per i pescatori coinvolti nel progetto. La creazxione di un portale web suelle tartarughe marine e un programma di sensibilizzazione del pubblico garantiranno infine la massima diffusione delle informazioni.

Gli Amici delle Tartarughe

Tartanet è un progetto realizzato dal CTS con il sostegno del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e il Comando Generale delle Capitanerie di Porto. E' portato avanti in partenariato con AGCI AGR.it.AL, Area Marina Protetta di Punta Campanella, Fondazione Cetacea, Legambiente, Lega Pesca, Parco Naturale della Maremma, Università di Siena e Università di Torino.
Partecipano inoltre 3 Regioni (Toscana, Lazio e Calabria), 3 Province (Agrigento, Cagliari e Reggio Calabria), 2 Comuni (Brancaleone e Manfredonia) e 4 Parchi Nazionali (Arcipielago Toscano, Cilento, Gargano e Asinara), oltre a importanti soggetti istituzionali come l'Acquario di Livorno, il Centro Recupero Laguna di Nora e di Policoro, la Federparchi e il Fondo Siciliano per la Natura.

Animali a Rischio

Dati dell'IUCN, Unione Mondiale per la Conservazione della Natura riportano che fino a 60.000 tartarughe marine vengono catturate accidentalmente ogni anno nel Mediterraneo durante le operazioni di pesca professionale. Di queste più di 10.000 solo in Italia, con una mortalòità degli animali che va del 10% al 50%.
Ma le minacce che mettono a rischio la vita delle tartarughe marine sono anche altre come l'intenso traffico nautico, il turismo nelle spiagge dove avviene la deposizione delle uova, l'erosione delle coste e l'inquinamento. Tartanet interverrà quindi nelle zone considerate sensibili per la conservazione della specie, dove è maggiore l'interazione con le attività umane.

Centri di Recupero

Per i nuovi Centri di Recupero e cura delle tartarughe marine sono state scelte le seguenti località: il Parco Naturale della Maremma, il Parco Nazionale dell'Asinara, L?Area Marina Protetta di Punta Campanella, Brancaleone nella Provincia di Reggio Calabria e il Parco Nazionale del Gargano.
Le strutture sono collegate per via telematica con quelle già esistenti che hanno aderito alla rete Tartanett, che si trovano a: Livorno, Nora (Cagliari), Policoro (Matera), Comiso (Ragusa), Cattolica Eraclea (Agrigento), Lampedusa, Linosa e Riccione (Rimini). Operano attraverso interventi coordinati e secondo procedure standard condivise, mirate al correto recupero e cura degli animali. Una volta guarite e marcate con un'apposita targhetta, le tartarughe marine tornano a nuotare in libertà. I Centri sono completi di studio veterinario attrezzato con sala operatoria, apparecchio a raggi x, camera oscura, microscopio e vasche per la degenza per le tartarughe da riabilitare.


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I NUOVI CENTRI

ASINARA
E’ grazie alla sua storia di stazione di quarantena prima, campo di prigionia nella I Guerra mondiale e supercarcere poi, che l’Asinara, seconda isola per grandezza della Sardegna, ha potuto conservare pressoché inalterato patrimonio paesaggistico. Il Centro di Recupero per Tartarughe Marine del CTS è situato nella zona meridionale dell’Asinara, seconda isola per grandezza della Sardegna. E’ costituito da uno studio veterinario dotato di tutte le attrezzature specialistiche e completo di sala operatoria, camera oscura, apparecchio raggi X per la cura e riabilitazione delle tartarughe ferite o malate e una sala di degenza con una vasca di stabulazione che può ospitare fino a dieci tartarughe. Una sala è adibita a centro informazione e divulgazione delle attività del Centro, del Parco Nazionale e dell’Area Marina Protetta, con pannelli didattici per la sensibilizzazione ambientale dei visitatori. Infine è presente anche uno studio biologico munito di computer, monitor tv, lettore dvd e microscopio a supporto di studi e ricerche in collaborazione con Università italiane sul comportamento, l’ecologia e l’habitat della tartaruga marina.

OASI DI LAGO SALSOOMETOWN HEROS
Il nuovo centro di recupero Legambiente per le tartarughe marine è situato all’interno dell’ oasi “Lago Salso”, zona di antiche paludi a pochi chilometri da Manfredonia. In quest’area estesi canneti si alternano ad ampie zone di acque aperte, dov’è possibile osservare molte specie di piante e animali tipiche degli ambienti palustri. Il centro di recupero è ubicato a pochi metri dall’accesso principale dell’oasi ed è vicinissimo alla costa. Svolge un’importante funzione di recupero e cura delle tartarughe marine ferite ritrovate in mare o spiaggiate lungo i litorali, a causa di ferite più o meno gravi provocate dall’impatto delle attrezzature da pesca o da eventi meteorici avversi. Vengono inoltre svolte attività di ricerca sulla biologia ed ecologia della specie e attività di sperimentazione di nuovi metodi di pesca con minore impatto sulle tartarughe marine.

BRANCALEONE
Il Centro di Recupero è situato nel Comune di Brancaleone, sul versante jonico della costa calabrese in provincia di Reggio Calabria. Grande la varietà di habitat concentrati in questa zona: dal tratto di costa con dune fissi e mobili si raggiunge, attraversando lembi di macchia, il Parco Nazionale d’Aspromonte. Una spiaggia lunga 50 km e interrotta da piccoli promontori rocciosi crea le condizioni ideali per la deposizione delle tartarughe marine ed è infatti uno dei siti di nidificazione più regolari e produttivi di questa specie: nella passata stagione dagli 11 nidi scavati nella spiaggia di Brancaleoni sono nati circa mille piccoli di Caretta caretta. Il Centro di Brancaleone effettua il recupero e la cura degli esemplari catturati accidentalmente e la sperimentazione e l’applicazione di sistemi di pesca a basso impatto coinvolgendo i pescatori, sempre sensibili e disponibili a queste iniziative.

Per informazioni contattare:

Coordinamento Progetto Tartanet
CTS - Settore Conservazione Natura
Via Albalonga, 3 - 00183 Roma
Tel 0664960306 Fax 0664960335
www.tartanet.it
www.ctsambiente.it

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lunedì 20 ottobre 2008

Montagne, meraviglie del mondo

L'uomo sale alla conquista di questi troni favolosi.

Le montagne hanno sempre affascinato. Se è recente l'ammira­zione che vien loro tributata, nel corso dei tempi ispirarono piut­tosto un timore reverenziale: non sedeva forse Zeus all'apice dell'Olimpo, la montagna più alta della Grecia? E le antiche civiltà non hanno forse attribuito alle più alte cime un signi­ficato religioso? Quel sentimento persiste ancora un pò ai no­stri giorni in cui la montagna, benché addomesticata hn nei suoi torrenti, scalata fino ai suoi picchi più eccelsi, è oggetto di una ammirazione fervente in certuni e leggermente timida in tutti.

Il fatto è che la montagna è viva e che le sue collere sono ter­ribili: gli scatenamenti meteorologici, le valanghe di pietra di neve, lo ricordano costantemente a coloro che sarebbero tentati di dimenticarlo. Ma la vita delle montagne non si ferma qui: benché richiamino meno l'attenzione, sollecitata generalmente dalle catastrofi, certe trasformazioni quotidiane non sono meno considerevoli con i loro risultati a lunga scadenza. Le più impor­tanti si distendono su anni contati a migliala, a milioni addi­rittura.

Le acque che scorrono dopo violenti uragani, si raccolgono in torrenti, irrompono nella vallata, esprimono uno degli aspetti della vita di montagna. L'erosione d'altra parte è un abile scul­tore: da la loro eleganza ai « Camini delle Fate », quelle da­migelle, munite di cappello, che danzano un balletto minerale: sono bastate alcune grosse pietre per proteggere i terreni situati al di sotto, e la damigella a poco a poco è cresciuta, portando sempre più in alto il suo cappello.

Nei calcari delle Dolomiti, l'erosione ha scavato le creste dentate del Civetta o le torri di Vaiolet. Le sono dovuti talvolta allucinanti pilastri rocciosi come quelli sui quali si ergono i monasteri delle Meteore in Gre­cia. Scava le valli, qui ampie e ridenti, là profonde e selvagge.

Se non è raro veder vivere un vulcano, è più raro assistere alla sua nascita: ciò è avvenuto infatti il 20 febbraio 1943 nel campo di un contadino messicano dove nacque il Paricutìn, che oggi è alto più di quattrocento metri.

Per converso è più frequente vedere vulcani morti: la loro for­ma indica lo loro origine, come nella catena dei Puys o anche nel­la regione romana, dove laghi circolari occupano i crateri di an­tichi vulcani.
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Anche i terremoti colpiscono l'immaginazione, soprattutto quan­do una catastrofe, sempre inattesa, accumula le vittime. Ma si­smi della stessa importanza di quello di Lisbona nel 1755 e di quello di Agadir nel 1960 possono manifestarsi in regioni de­serte e passare inosservati, tranne che ai sismologi i quali, me­diante sismografi molto sensibili, vigilano continuamente sul­l'agitazione della crosta terrestre. Questa agitazione è costante: ogni giorno nel mondo si contano parecchie centinaia di scosse, fortunatamente di scarsa intensità.

Questi sismi corrispondono ai movimenti di faglie che limitano, all'interno delle catene montane, pianure spesso molto piatte benché di altitudine variabile; sono accompagnati da movimen­ti tali che la pianura sprofonda mentre la montagna si solleva, aumentando così la sua altitudine relativa. Nel più frequente dei casi la sede del movimento, il focolare del sisma, è situato nella crosta terrestre, vale a dire ad una profondità inferiore a trenta chilometri; ma certi sismi possono trovare la loro origine fino j settecento chilometri, la profondità massima fino ad oggi co­nosciuta: questi sono soprattutto numerosi sotto le catene che costeggiano l'Oceano Pacifico.

Dato che per la massima parte sono marini, ne deriva che le montagne sono uscite dalle acque nel corso dei tempi. Le modalità di questa emersione sono adesso abbastanza cono­sciute: durante periodi lunghissimi, i sedimenti che daranno ori­gine ai calcari, alle marne, alle argille, ai grès che oggi vediamo, si accumulano nelle fosse marine profonde situate fra i continen­ti dell'epoca o ai margini di questi. Poi i continenti incomincia­no a ravvicinarsi; perché ora abbiamo la certezza che i conti­nenti si sono spostati in una sorta di lento balletto al ritmo di milioni di anni.

Nel ravvicinarsi, le masse continentali hanno schiacciato i sedimenti delle fosse marine, che si sono ripiegati, spezzati, ricoperti a vicenda in vaste « carreggiate ». Si forma così un cuscinetto di terreni deformati che può immergersi fino a 60 chilometri di profondità, metamorfizzarsi in rocce cristal­line, fondersi parzialmente per dare origine ai graniti.

Questo cuscinetto, meno rilevato in superficie, — ogni montagna ha così in profondità una « radice » più importante delle montagne stes­se — esce tuttavia dalle acque; dapprima sotto forma di un ar­cipelago allungato, come sono gli « Archi insulari » del Pacifico Occidentale, o ancora dei Caraibi e dell'Indonesia; poi, come un primo abbozzo di catene di montagne che si congiunge al con­tinente che costeggia, o salda quelli fra i quali è situata. Un ul­timo tocco è allora recato dai vulcani, che si inerpicano sulla ca­tena oppure si pongono nelle sue prossimità, e dalle faglie, che tagliano l'abbozzo montuoso in pannelli di cui alcuni si solleva­no altri sprofondano, generando pianure interne oppure addirit­tura mari. Così il Mediterraneo, nato qualche milione di anni or sono.

Perché proprio in milioni di anni si deve contare per misurare questa evoluzione. Quella che abbiamo ora descritta e che è l'au­trice delle attuali montagne, è durata circa duecento milioni di anni di cui il periodo essenziale è stato consacrato alla sedimen­tazione sul fondo dei mari, il periodo di ripiegamento e di solle­vamento corrisponde invece soltanto a qualche diecina di milio­ni di anni fra i più recenti.
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Le montagne attuali non sono le sole che il globo terrestre ha portato nel corso dei tempi; e per quanto riguarda queste, non sono che in un istante della loro lunga storia, in qualche modo all'apogeo, vicino quindi alla loro fine come insegna l'evolu­zione delle antiche montagne che l'erosione è sempre riuscita a spianare. Ln giorno dunque, a loro volta, esse spariranno;ma e vero che si deve contare in milioni di anni... altre allora ­sorgeranno senza dubbio, dove ora. regnano il mare o l'oceano.

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