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sabato 28 gennaio 2012

Il Cervino, completamente avvolto di mistero, presenta un aspetto così caratteristico che è sempre riconoscibile.

Il Cervino, completamente avvolto di mistero, si erge a 4.478 metri fra il Vallese ed il Piemonte.

Che lo si osservi da Zermatt o dall'Italia, presenta un aspetto così caratteristico che è sempre riconoscibile.

La sua prima ascensione nel 1860 è rimasta celebre perché fu realizzata dal giovane incisore inglese Edward Whymper, il quale cinque anni più tardi doveva essere uno dei so­pravvissuti del primo dramma del Cervino: la morte di quattro compagni di cordata dopo la loro vittoria sulle implacabili creste della vetta.

Gustave Dorè ha illustrato la caduta di questi uomini, precipitati da abisso in abisso nel ghiacciaio del Cervino, a 1500 metri più in basso. Nel 1871 il picco fu vinto da una donna, Lucy Walker, seguita qualche settimana più tardi dal­l'americana Meta Brevoort che attraversò la montagna da parte a parte, salendo da Zermatt e discendendo sul Breuil. Da allora tutte le creste del Cervino sono state esplorate, ivi compresa la diabolica parete nord.

Il toponimo in italiano deriva dal francese "Cervin", che deriva dal latino "Mons silvanus", cioè Monte boscoso. In effetti, nei secoli passati, in ragione del clima più mite che rendeva tra l'altro possibile la traversata dei colli alpini durante la maggior parte dell'anno, questo monte era ricoperto da foreste.

Questo "Optimus" climatico fu la ragione dell'importanza della Valle d'Aosta in epoca romana e della fondazione di Augusta Prætoria Salassorum (l'odierna Aosta). Seguendo il processo di corruzione della voce latina, da "Silvanus" si è arrivati a "Servin" (pron. "servèn"), in francese. Horace-Bénédict de Saussure, che fu tra i primi cartografi del Regno di Sardegna, però, sbagliò nella trascrizione, registrando il toponimo "Cervin", che in francese si pronuncia allo stesso modo. Il toponimo italiano è derivato di conseguenza, sottolineando un errato riferimento al cervo.

È situato nella Alpi Centrali, sullo spartiacque tra l'Italia e la Svizzera, lungo la catena delle Alpi Pennine dalla quale si erge isolato dal resto delle altre vette, sovrastando i paesi di Breuil-Cervinia in Italia e di Zermatt in Svizzera.

Presenta quattro pareti principali orientate secondo i punti cardinali: la parete nord guarda Zermatt in Svizzera, la parete est guarda il ghiacciaio del Gorner, la parete sud sovrasta Breuil-Cervinia in Italia e la parete ovest è rivolta verso il Dent d'Hérens. Queste pareti sono collegate da altrettante creste: la cresta sud-ovest detta Cresta del Leone; la cresta nord-ovest detta Cresta di Zmutt; la cresta nord-est detta Cresta dell'Hörnli e la cresta sud-est detta Cresta di Furggen.

La vetta è costituita da due cime distinte collegate da un sottile filo di cresta. La cima più alta viene chiamata Cima svizzera; quella più bassa (di soli due metri) si chiama Cima italiana. La frontiera italo-svizzera segue invece la cresta stessa, coincidente con la linea di displuvio, come sancito dalla Convenzione del 24 luglio 1941 tra la Confederazione Svizzera e il Regno d’Italia.

Tale convenzione sancisce il principio della linea di displuvio come confine naturale e indica in maniera specifica in quali tratti si abbandona tale criterio. Il Cervino non ne fa parte.

Le due cime sono quindi condivise tra i due stati.

Dopo la prima storica conquista il Cervino è stato teatro di tante imprese alpinistiche lungo le sue pareti e creste. Tra le altre sono degne di nota: Albert Mummery, 1879 - prima salita della cresta di Zmutt (con le guide Alexander Burgener, Augustin Gentinetta e Johann Petrus), Walter Bonatti, 1965 - prima salita invernale della parete Nord (in solitaria) e Hans Kammerlander, 1992 - salita delle quattro creste in 24 ore.


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lunedì 23 gennaio 2012

Il vulcano Paricutín o Parícutin è il vulcano più giovane al mondo e appare in alcune versioni delle Sette Meraviglie Naturali del Mondo.

Il vulcano Paricutín o Parícutin è il vulcano più giovane al mondo e appare in alcune versioni delle Sette Meraviglie Naturali del Mondo. Si trova nello stato di Michoacán, in Messico tra il villaggio di San Juan Parangaricutiro e quello di Angahuan.

Ha preso il nome dal villaggio omonimo che rimase completamente sommerso dalla sua eruzione iniziata il 20 febbraio del 1943.

L'eruzione durò 9 anni e la lava avanzò per una decina di chilometri, non ci furono vittime perché la popolazione ebbe sufficiente tempo per mettersi in salvo, ma seppellì due centri abitati: Paricutín e San Juan Viejo Parangaricutiro (Parhikutini e Parangarikutirhu in purépecha).

Il primo fu totalmente cancellato: vicinissimo al punto in cui si trovava c'è ora il cratere del vulcano; del secondo resta visibile solo la torre sinistra della facciata della chiesa e la parete posteriore con l'altare.

Le riprese del vulcano durante la sua attività eruttiva furono inserite nel film della 20th Century Fox "Il Capitano di Castiglia", uscito nel 1947, con Tyrone Power.

I Litfiba nel 1993 scrivono la canzone "Sotto il Vulcano" e girano il promo-video proprio sotto il vulcano Parìcutin.

Il vulcano Parigutin viene citato nel film Vulcano - Los Angeles 1997 ed è presumibilmente la fonte per la trama del film (considerando che nel lungometraggio si forma un vulcano proprio nel bel mezzo di Los Angeles come prima si era formato nel campo di Paricutin.




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giovedì 19 gennaio 2012

Pygmy Tarsier: riscoperto in Indonesia un primate di cui si erano perse le tracce più di ottant'anni fa.

Se vi parlassero del Pygmy Tarsier, probabilmente non sapreste dare un "volto" a questo animale. Se invece vi dicessero che questo simpatico e minuscolo primate è molto simile a un Furby, allora le cose sarebbero più chiare.

Il popolare robottino parlante che dal 1997 a oggi è stato venduto in oltre 40 milioni di esemplari, sembra infatti avere più di qualche tratto in comune con questo primate indonesiano delle dimensioni di un piccolo topo e dal peso di appena 55-60 grammi.

Del Pygmy Tarsier si erano perse le tracce nel 1921, dopo che ne vennero catturati alcuni esemplari per un museo.

Poi, nel 2000, due scienziati indonesiani ne uccisero accidentalmente uno nel corso di un esperimento. Da allora, tanti saluti al simpatico esserino, al punto che lo si era ormai considerato estinto, appollaiato unicamente in versione plastica nelle vetrine dei negozi di giocattoli.

Solo di recente la ricercatrice Sharon Gursky-Doyen, della Texas A&M University, nel Lore Lindu National Park del Sulawesi centrale (Indonesia) ha intercettato ben tre esemplari dell'animale, che grazie all'aiuto degli indigeni è riuscita a catturare per attaccare loro un collare gps lasciandoli poi liberi.

Al fine di controllarne gli spostamenti e carpirne i segreti, poiché il Pygmy Tarsier ha un'insolita dedizione per la sua prole e che il suo comportamento sembra legato in qualche modo al ciclo lunare.





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venerdì 13 gennaio 2012

Gli orsi della taiga finlandese. Progetto fotografico sull'orso in Finlandia centro-orientale, al confine con la Russia.

La frontiera che separa i due Paesi, la cosiddetta no-man's-land (terra di nessuno), è ancora coperta da vaste foreste primarie, abitate da una numerosa popolazione di orsi bruni.

Per riuscire a realizzare questi scatti, il fotografo Stefano Unterthiner ha trascorso quasi ottanta notti in un capanno di legno di un metro per due: un piccolo appostamento perduto nella taiga finlandese, che ha permesso di mostrare la vera natura, stagione dopo stagione, di questo magnifico animale, ma anche di raccontare i suoi incontri con lupi e ghiottoni.

Le immagini sono pubblicate sul numero di ottobre del National Geographic Italia e in un libro ("Le notti dell'orso", edizioni Ylaios – www.ylaios.com), che sarà in vendita a partire dal prossimo ottobre. Parte dei proventi ricavati dal libro andranno a sostenere un progetto IFAW (International Fund for Animal Welfare) per la protezione dei cuccioli di orso, vittime della caccia in Russia.

La taiga sostituisce la tundra a sud della cosiddetta linea degli alberi, vale a dire il punto in cui luce e calore estivi sono sufficienti per la crescita degli alberi fino ad avere portamento arboreo (si ricorda che nella tundra alcune specie arboree hanno portamento arbustivo o prostrato, a causa delle avverse condizioni ambientali).

Nella zona della taiga le estati sono leggermente più lunghe e più calde, con periodi di crescita (vale a dire statisticamente liberi dal rischio di gelate) abbastanza lunghi; gli inverni, però, sono paradossalmente anche più freddi che lungo la fascia artica, vista la maggior continentalità.

Questi inverni molto rigidi, unitamente alle precipitazioni scarse (in alcune stazioni non si superano i 200 mm annui) influenzano la crescita della foresta, come ad esempio è il caso della Jacuzia che vede le temperature minime invernali scendere anche sotto i -60 °C; nonostante le temperature estive relativamente elevate, quindi, il sottosuolo rimane permanentemente gelato (permafrost) ad eccezione di uno strato attivo profondo non più di un metro, un metro e mezzo. Gli alberi non riescono ad approfondire le radici e la foresta appare più rada, stentata, con altezza minore.

Per quanto riguarda le specie, sono quelle caratteristiche delle foreste di conifere: larici (Larix sibirica), abeti rossi, pini di varie specie, oltre ad alcune latifoglie resistenti come betulla e pioppo (soprattutto la specie tremula). Il sottobosco è magro, vista anche la povertà dei suoli e il clima freddo.

La fauna, analogamente a quanto succede nella tundra, è povera in specie: fra i carnivori maggiori sono il lupo, la lince e, peculiarità della taiga siberiana, la tigre siberiana; sono presenti e importanti inoltre anche orsi e renne, oltre agli uccelli, prevalentemente migratori.


Il suolo più rappresentativo dell'ambiente taiga è il cosiddetto podzol, identificato con questo nome nella classificazione FAO e con il nome di spodosol nella Soil Taxonomy; si tratta di un suolo acido, a causa della decomposizione degli aghi delle conifere, con lisciviazione di ossidi e idrossidi del ferro che causano la presenza di orizzonti colorati al di sotto di altri invece schiariti e impoveriti.

Anche dove non compare questa tipologia di suolo, i terreni della taiga sono comunque poveri e sottili, a causa delle basse temperature che rallentano molto i processi biologici. I suoli podzolici tipici trapassano gradualmente, andando verso la steppa, nelle cosiddette terre grigie di transizione.



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